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Resurrezione di Donna - Cap. 35


di Lauretta_Stefano
17.07.2026    |    429    |    3 9.6
"Il palazzo era vetusto, scrostato e decadente e la cassetta della posta traboccava di volantini pubblicitari..."
Il pomeriggio scivolava verso la sera, e la luce dorata che entrava dalle ampie finestre del salotto di Elisa si stava facendo più calda, più densa. Fabiola rimase seduta sul divano, le dita intrecciate a quelle di Alessandro, come se temesse che allentare la presa potesse farlo svanire. Il ragazzo parlava, raccontava aneddoti del campus, del MIT, dei professori che lo avevano segnato, e lei ascoltava, memorizzando ogni inflessione della sua voce, ogni movimento delle sue mani.
April Smith si alzò dal divano di fronte, lisciandosi la gonna con un gesto preciso. I suoi occhi chiari passarono da Alessandro all'orologio da polso, poi tornarono sul ragazzo. "Dobbiamo andare, Alessandro. Il viaggio per il campus è lungo e a quest'ora ci sarà molto traffico."
Alessandro si irrigidì. La sua mano strinse quella di Fabiola, una pressione improvvisa che rivelava tutto il suo desiderio di restare. "Così presto?"
"Domani hai lezione alle otto," rispose April, il tono fermo ma non privo di comprensione. "E tua madre non va da nessuna parte."
Fabiola si costrinse a sciogliere l'intreccio delle dita. Ogni cellula del suo corpo protestava, urlava di non lasciarlo andare, ma sapeva che trattenerlo sarebbe stato egoista. Gli prese il viso tra le mani, costringendolo a guardarla. "La Professoressa Smith ha ragione. Tu hai una vita, degli impegni. E io sarò qui, o ovunque tu voglia che io sia, quando avrai finito."
Gli occhi blu di Alessandro, così simili ai suoi, sostennero il suo sguardo. C'era una vulnerabilità in quel momento, un ragazzo di quattordici anni che aveva appena ritrovato sua madre e già doveva lasciarla. Ma c'era anche qualcos'altro, una determinazione che Fabiola riconobbe, perché era la stessa che l'aveva sostenuta per risalire dall’abisso in cui si era lasciata andare.
"Ci sentiamo domani."
Fabiola annuì, le labbra strette per impedire che tremassero. "Adesso sappiamo come trovarci, e io ci sarò."
Alessandro si alzò, e Fabiola fece lo stesso. Lui la abbracciò, con un abbraccio diverso dal primo, meno disperato, più consapevole. Le sue braccia la avvolsero con forza, e lei affondò il viso contro la sua spalla, respirando il suo profumo, il suo odore di adolescente che, per un momento, le sembrò lo stesso di quando era solo un bambino.
Si separarono lentamente, e Alessandro si voltò verso Riccardo, che era rimasto in disparte per tutto il tempo, seduto su una poltrona accanto alla finestra. Il ragazzo gli tese la mano, e Riccardo si alzò per stringerla.
"Grazie," disse Alessandro. "Per averla portata qui. Per averci dato questa possibilità."
Riccardo chinò leggermente il capo, un gesto che Fabiola aveva imparato a riconoscere come il suo modo di esprimere rispetto sincero. "Tua madre è una donna incredibile. Il merito è solo suo."
Alessandro accennò un sorriso, un'espressione che trasformò completamente il suo viso, facendolo sembrare più giovane, più leggero. Poi si girò verso April, che lo aspettava vicino alla porta con la borsa già in mano.
"Arrivederci, signora Delle Valli," disse April, e Fabiola colse qualcosa di diverso nel suo tono, non più diffidenza, ma una forma di rispetto cauto. "Abbia cura di sé. E di lui."
Fabiola annuì. April le rivolse un ultimo sguardo penetrante, poi aprì la porta e uscì. Alessandro la seguì, ma si fermò sulla soglia per voltarsi un'ultima volta. I suoi occhi incontrarono quelli di Fabiola, e tra loro passò qualcosa che non aveva bisogno di parole.
Poi la porta si chiuse, e il silenzio tornò a riempire il salotto.
Fabiola rimase immobile, lo sguardo fisso sul legno della porta chiusa. Le sue mani pendevano lungo i fianchi, e il respiro le usciva lento, controllato. Sentiva il petto compresso, come se un peso invisibile le premesse contro le costole.
Il rumore di un motore che si accendeva arrivò dall'esterno, seguito dal fruscio delle gomme sull'asfalto del vialetto. Fabiola chiuse gli occhi per un istante.
Elisa apparve dalla cucina, asciugandosi le mani su un canovaccio. I suoi occhi passarono da Fabiola alla finestra, e il suo viso si addolcì. "Se n'è andato?"
Fabiola annuì senza voltarsi.
"Tornerà," disse Elisa, e la sua voce aveva quella sicurezza tranquilla che viene dall'esperienza. "I figli tornano sempre a casa se qualcuno li ama."
Laura si alzò dal divano dove era rimasta seduta in silenzio per tutto il tempo, il telefono ancora in mano. I suoi tacchi produssero un suono secco sul pavimento mentre si avvicinava a Riccardo, che era tornato a sedersi sulla poltrona.
"Bene," disse Laura, e nella sua voce c'era quella nota autoritaria che Fabiola aveva imparato a non temere, ma a rispettare e apprezzare. "È ora che tu le mostri il resto, Riky."
Fabiola si voltò, l'espressione confusa. "Il resto? Quale resto?"
Riccardo si alzò dalla poltrona con quell’elegante leggerezza che caratterizzava ogni suo gesto. Infilò le mani nelle tasche dei pantaloni e guardò Fabiola con un'espressione che lei non riuscì completamente a decifrare, qualcosa tra il divertito e il compiaciuto.
"Vieni con me," disse semplicemente.
Fabiola esitò, lo sguardo che passava da Riccardo a Laura e poi Elisa che sembrava quasi più emozionata di lei. Quest'ultima le fece un cenno con il capo, un movimento quasi impercettibile che sembrava dire "va' e scoprilo da sola."
Riccardo si diresse verso la porta d'ingresso, e Fabiola lo seguì. Fuori, l'aria del tardo pomeriggio era fresca, con quel profumo di erba tagliata e di fiori che sembrava tipico dei quartieri residenziali americani. Il sole stava iniziando la sua discesa verso l'orizzonte, tingendo il cielo di sfumature arancioni e rosa. Attraversarono il vialetto di Elisa con passo misurato, Fabiola camminava accanto a Riccardo, non dietro, i tacchi che affondavano leggermente nell'erba ai bordi del marciapiede. Lui non disse nulla, si limitò a guidarla verso la casa di fronte.
Fabiola si fermò di colpo quando la vide.
Era una costruzione imponente, tipicamente americana nel suo stile, ma con un'eleganza che la distingueva dalle altre villette del quartiere. Due piani di muri bianchi in legno, interrotti da grandi finestre che riflettevano la luce del tramonto. Un ampio vialetto d'accesso conduceva a due garage doppi, e una imponente porta d'ingresso di legno e vetro. Il prato era perfettamente curato, circondato da cespugli ordinati e aiuole piene di fiori primaverili.
Sembrava più una villa che una semplice casa.
"Questa..." Fabiola scosse la testa, incapace di completare la frase. "Questa è ..."
"Mia," disse Riccardo, fermandosi accanto a lei. "L'ho acquistata poco prima che mia moglie morisse. Avevamo progetti, pensavamo di venire qui, per stare vicino ad Elisa e a sua figlia d'estate o ad ogni occasione buona." Fece una pausa, lo sguardo che si perdeva per un istante oltre la facciata bianca. "Poi lei si aggravò e non sono più riuscito a metterci piede."
Fabiola rimase in silenzio, percependo il peso di quelle parole. Riccardo non parlava quasi mai di sua moglie, e quando lo faceva, c'era sempre una nota di dolore trattenuto nella sua voce.
"È rimasta vuota da allora," continuò lui, voltandosi verso di lei. "Ci veniva una donna delle pulizie due volte al mese, ma nessuno ci ha mai abitato davvero." Fece un gesto verso la porta d'ingresso. "Adesso è tua."
Fabiola sbatté le palpebre. "Come?"
"È tua," ripeté Riccardo, con quella calma che sembrava non abbandonarlo mai. "Puoi restare qui quanto vuoi. Elisa è qui davanti, e ti aiuterà ad ambientarti, a renderla tua e di Alessandro."
Le gambe di Fabiola sembrarono cedere leggermente. Dovette fare uno sforzo per rimanere dritta, per elaborare quello che stava sentendo. "Riccardo, io... non posso accettare una cosa del genere. È troppo."
"Non è troppo." La sua voce era ferma, ma non dura. "È la cosa giusta. Tu hai bisogno di un posto dove stare vicino a tuo figlio, e io ho una casa vuota che aspetta di essere abitata. È una soluzione pratica."
Fabiola aprì la bocca per protestare, ma Riccardo alzò una mano per fermarla.
"Non è un regalo, Fabiola. È un prestito a tempo indeterminato. Quando Alessandro finirà gli studi, quando tu avrai deciso cosa fare della tua vita, potrai andartene o restare, come preferirai. Ma per ora, questa casa è a tua disposizione."
Lei lo guardò, cercando di leggere oltre la sua espressione impassibile. C'era qualcosa nei suoi occhi scuri, una gentilezza incrollabile, ma anche un'attesa, come se stesse sperando che lei accettasse senza fare troppe domande.
"Io non... non so cosa dire," mormorò Fabiola.
"Di' di sì." Riccardo estrasse un mazzo di chiavi dalla tasca e gliele porse. "È tutto quello che devi dire."
Fabiola guardò le chiavi, poi la casa, poi di nuovo Riccardo. Le sue dita si chiusero intorno al metallo freddo, e qualcosa dentro di lei, una tensione che solo in quel preciso momento percepì, si allentò.
"Grazie," sussurrò. "Grazie, Riccardo."
Lui accennò un sorriso, appena un movimento agli angoli delle labbra quello che Fabiola aveva già imparato a decifrare, quello che preannunciava una battuta con cui stava per sdrammatizzare, riportando tutto ad una quieta normalità. "Non ringraziarmi ancora. Dovrai occuparti tu del giardino."
Tornò verso la casa di Elisa, lasciandola sola davanti alla villa bianca. Fabiola rimase lì, le chiavi strette nel pugno, lo sguardo che scorreva sulle finestre, sul portico, sul vialetto vuoto. Il sole era quasi tramontato, e le prime stelle iniziavano a comparire nel cielo che si scuriva.
Fabiola raggiunse Riccardo, afferrò dolcemente il suo braccio e lo baciò con tutta l'anima, trasmettendogli un amore infinito. "Entra con me, questa casa non ha senso se tu non sei al mio fianco." Il sorriso di Riccardo si accese di una luce meravigliosa, come se quella richiesta fosse l'unica cosa che avesse sempre desiderato sentire.
Varcando la soglia, Fabiola rimase senza fiato. L'ambiente era incantevole, perfetto in ogni dettaglio, un rifugio di pace. "Elisa ha sistemato tutto per te," sussurrò Riccardo con orgoglio, ammirando la sua reazione.
Fabiola si voltò verso di lui, il cuore che batteva fortissimo per la speranza e la felicità travolgenti. "Fai l'amore con me. Non chiedo promesse eterne, voglio solo che tu mi ami ora." Riccardo la baciò con una tale intensità da farle sentire le gambe molli. "Fabiola, puoi dirmelo se lo vuoi..." Lei gli accarezzò il viso: "Riccardo Lombardi, ti amo incondizionatamente. Finché mi vorrai al tuo fianco, io ci sarò. E se un giorno ti stancherai di me, io continuerò ad esserci, senza condizioni."
Riccardo non rispose a parole, ma la strinse forte al petto, trasportandola nella camera da letto senza mai interrompere quel bacio profondo e salvifico. Sul letto la depose con la tenerezza di chi maneggia ciò che ha più prezioso al mondo, i suoi occhi scuri bevevano ogni linea del viso di lei come se la vedessero per la prima volta. Le sue mani tremarono mentre le sfioravano i fianchi con reverenza, aspettando quel silenzioso consenso che lei gli offrì con un gemito. Riccardo le baciò il collo, le spalle, i seni e il ventre con reverenza. Arrivò fino a baciarle il dorso dei piedi, quasi volesse imprimere nella sua mente il sapore della sua pelle dorata. Poi risalì lentamente e quando le sue labbra raggiunsero la sua intimità più profonda, Fabiola sussultò, quasi fosse la prima volta che un uomo la sfiorasse. Quando finalmente si unirono, il ritmo fu lento, dolcissimo, un dialogo senza parole dove ogni respiro era promessa e ogni carezza giuramento. Riccardo la guardava negli occhi senza distogliere lo sguardo, lasciando che lei leggesse tutto ciò che non osava dire a voce: che non era più sola, che mai più lo sarebbe stata, che il suo cuore ferito aveva trovato rifugio nel suo, altrettanto ferito, e che insieme sarebbero guariti. Fabiola lo sentiva muoversi dentro di lei, mentre le sue mani erano aggrappate alle spalle di Riccardo, ma tutto era ovattato, etereo, privo di lussuria ma solo un'unione di corpi che si erano scelti. Quando vennero insieme, fu con una lentezza infinita, le dita intrecciate, le fronti unite, due anime che finalmente riconoscevano la propria casa nell'altra. Per Fabiola non fu un orgasmo potente come quelli che Riccardo le aveva già donato, ma fu qualcosa di più grande, un orgasmo che non partiva dal suo ventre, ma dalla sua anima. Fabiola sapeva che quello era l'amore più puro, sincero, privo di alcun tipo di perversione che possa esistere, e per un attimo si sentì fluttuare, come un'anima finalmente in pace.
---
Due mesi dopo, la villa di Verona di Riccardo era immersa nella luce di un pomeriggio di giugno. Fabiola sedeva nel giardino posteriore, un libro aperto in grembo che non stava leggendo. Lo sguardo era fisso sui cipressi che delimitavano la proprietà, ma la sua mente era altrove.
Alessandro sarebbe arrivato la settimana successiva. Sette giorni, centosessantotto ore, che lei stava contando con una meticolosità quasi ossessiva. Si erano sentiti ogni giorno, tramite messaggi o videochiamate, ma non era la stessa cosa. Niente poteva sostituire la sua presenza fisica, il calore del suo abbraccio, il suono della sua voce senza il filtro della tecnologia.
Il libro che aveva in grembo, un romanzo che Laura le aveva consigliato, rimase intatto mentre lei si perdeva nei suoi pensieri. La casa di Boston era diventata il suo rifugio per otto settimane. L'aveva arredata lentamente, personalizzando ogni stanza, imparando a sentirla come sua ma senza stravolgerla, quasi volesse che ciò che di quelle cose ricordava o legava Riccardo alla sua defunta moglie, rimanessero un ricordo presente. Aveva lentamente riscoperto suo figlio, un pezzettino ogni giorno, e aveva permesso a lui di fare lo stesso. Gli raccontò ogni cosa, rispose ad ogni sua domanda, senza timore, senza vergogna, quasi che quelle risposte fossero il modo di accettare che il suo passato era servito per darle la forza di vivere libera e felice con le persone che amava e che allo stesso modo amavano lei.
Poi era tornata a Verona, perché Riccardo aveva bisogno di lei per alcuni affari, e perché Alessandro aveva espresso il desiderio di tornare in Italia, di tornare per risentire la musicalità di quella lingua, di quei dialetti veneti che, solo chi ci è nato, sa capire fino in fondo.
Il rumore di un'auto che entrava nel vialetto la distolse dalle sue riflessioni. Fabiola si alzò, lasciando il libro sulla sedia, e si diresse verso l'ingresso. Attraverso le finestre della facciata, vide la figura di Laura emergere da una berlina nera.
Ma c'era qualcosa di diverso nel suo modo di muoversi. Il suo passo era più veloce del solito, quasi concitato. I capelli castani, normalmente perfetti, sembravano leggermente spettinati, come se avesse corso o fatto un viaggio lungo senza soste.
Laura irruppe nell'ingresso senza nemmeno suonare il campanello. I suoi occhi di ghiaccio passarono rapidamente da Fabiola all'interno della casa.
"Dov'è Riccardo?" La sua voce era tagliente, urgente.
"Nel suo ufficio," rispose Fabiola, allarmata. "Cosa succede?"
Laura disse semplicemente “Seguimi”, e si diresse verso lo studio di Riccardo con passo militare, i tacchi che martellavano il pavimento. Fabiola la seguì, il cuore che accelerava.
Riccardo era seduto alla sua scrivania, circondato da carte e documenti. Alzò lo sguardo quando Laura entrò senza bussare, e le sue sopracciglia si sollevarono leggermente, l'unico segno di sorpresa in un volto che rimaneva per il resto impassibile.
"Accendi la televisione," disse Laura senza preamboli. "Canale del TG veneto. Subito."
Riccardo non fece domande. Prese il telecomando da un cassetto e accese il grande schermo montato sulla parete di fronte alla scrivania. Il logo del telegiornale regionale apparve, seguito dal volto di un anchorman dall'espressione grave.
"...notizia d'apertura di questa sera," stava dicendo il giornalista, con quel tono misurato che si usa per le informazioni importanti. "Nelle ultime ore, la Guardia di Finanza ha eseguito un'operazione su larga scala che ha portato all'arresto di oltre venti persone, tra cui due noti personaggi del mondo dell'hard amatoriale."
Lo schermo mostrò immagini di uomini in manette che venivano scortati verso auto della polizia. Fabiola riconobbe immediatamente il primo, Renato Marcon, con il suo viso rubizzo e l'espressione indignata. Il secondo era un uomo più giovane, con i capelli biondi e un'aria spavalda che sembrava fuori luogo in quella situazione.
"Renato Marcon," continuò il giornalista, "è stato arrestato con l'accusa di spaccio di droga, ricettazione e sfruttamento della prostituzione. Secondo gli inquirenti, Marcon avrebbe gestito per anni una rete illegale che operava reclutando giovani donne in situazioni di vulnerabilità, costringendole a prostituirsi."
Fabiola sentì il sangue salirle alla testa. Le immagini sullo schermo cambiarono, mostrando il secondo arrestato.
"Alex Bignoni, socio in affari di Marcon, risponde invece delle accuse di produzione e divulgazione di video pornografici non autorizzati, spaccio di droga e circonvenzione di incapaci. Secondo l'accusa, Bignoni avrebbe adescato ragazze giovani, le avrebbe manipolate anche attraverso l’uso di droghe e l’abuso di alcool, per filmarle durante rapporti sessuali, per poi ricattarle o vendere i video su piattaforme clandestine."
Il servizio continuava, ma Fabiola non lo sentiva più. Le parole le arrivavano ovattate, distanti, come se provenissero da un'altra stanza. Renato. Alex. I due uomini che avevano distrutto la sua vita, che l'avevano usata, umiliata, scambiata come un oggetto senza valore.
Arrestati. Finalmente arrestati.
Sentì una mano sulla spalla, e si rese conto che Riccardo si era alzato dalla scrivania per mettersi accanto a lei. Laura era rimasta in piedi vicino alla porta, le braccia incrociate sul petto, un'espressione di fredda soddisfazione sul viso.
Fabiola si voltò verso di lei. "Sei stata tu?"
Laura non sorrise, ma i suoi occhi si illuminarono di una luce che Fabiola ormai conosceva perfettamente, quella di un predatore che ha appena portato a termine una caccia con successo.
"Non ho fatto niente di illegale, se è questo che ti preoccupa." La sua voce era calma, quasi noncurante. "Ho solo messo la pulce nell'orecchio alle persone giuste. Una parola qui, un documento là... e il resto l'ha fatto tutto il sistema."
"Ma come..." Fabiola scosse la testa, incapace di formulare la domanda completa.
"Renato e Alex erano protetti da persone potenti che usufruivano dei loro … servizi," spiegò Laura, avvicinandosi alla scrivania. "Ma nessuno è intoccabile, se sai dove colpire. Ho raccolto informazioni dalla prima volta in cui ci siamo viste, testimonianze, documenti, registrazioni. E quando ho avuto abbastanza, le ho passate a chi poteva usarle."
"Perché?" La voce di Fabiola era appena un sussurro. "Perché l'hai fatto?"
Laura la guardò, e per un istante, la sua maschera di fredda efficienza si incrinò. C'era qualcosa di quasi tenero nel suo sguardo, un'emozione che Fabiola non avrebbe mai immaginato di vedere in quegli occhi di ghiaccio.
"Perché te lo meritavi," disse semplicemente. "Perché nessuno dovrebbe passare quello che hai passato tu senza vedere giustizia."
Fabiola sentì le lacrime bruciare dietro le palpebre. Non pianse, non davanti a Laura, non davanti a Riccardo. Ma qualcosa dentro di lei, una ferita che aveva creduto insanabile, iniziò a rimarginarsi.
"Grazie," disse, e la parola le uscì roca, carica di un significato che andava oltre la semplice gratitudine.
Laura liquidò il ringraziamento con un gesto della mano, tornando alla sua solita pragmaticità. "Non abbiamo finito. C'è ancora una cosa importante da sistemare."
Si voltò verso Riccardo, poi tornò a guardare Fabiola. "Tu non sei ancora divorziata."
Fabiola si irrigidì. Il nome di Marco non era stato pronunciato ad alta voce, ma era lì, sospeso nell'aria come un fantasma.
"Marco non sa dove sei," continuò Laura. "Non sa della tua nuova vita, di Riccardo, di Alessandro. Ma prima o poi lo scoprirà, e quando accadrà, se sarai ancora legalmente sua moglie, avrà delle armi contro di te."
"Lo so," disse Fabiola, la voce più ferma e consapevole. "Lo so che devo divorziare."
"Ho già preparato tutto." Laura estrasse una cartellina dalla borsa che aveva con sé. "Documenti, testimonianze, prove del suo degrado morale e della sua inaffidabilità. Con quello che ho raccolto, il divorzio sarà rapido e indolore. Posso occuparmene io, non dovrai nemmeno vederlo."
Fabiola guardò la cartellina, poi il viso di Laura. C'era offerta di protezione nel suo sguardo, la promessa di risolvere tutto senza che lei dovesse affrontare il passato.
Ma qualcosa dentro di lei si ribellò a quella soluzione comoda. Per anni aveva permesso ad altri di decidere per lei, a partire dai suoi genitori, passando da sua suocera, Marco, Renato, Alex. Aveva lasciato che la corrente la trascinasse, che gli eventi la controllassero. E sapendo dove l'aveva portata, e conoscendo la fatica per rialzarsi, sentì un bisogno improvviso e irrinunciabile di riprendere il controllo anche di quella parte della propria vita.
"No." La parola le uscì prima che potesse riflettere.
Laura inarcò un sopracciglio. "No?"
"Voglio farlo io." Fabiola raddrizzò le spalle, sollevando il mento. "Voglio affrontarlo di persona. Voglio guardarlo negli occhi mentre firma quei documenti."
"È pericoloso," intervenne Riccardo, la sua voce calma ma con una nota di preoccupazione. "Marco non è ... una persona stabile. Non sappiamo come reagirà."
"Io so come reagirà." Fabiola si voltò verso di lui. "Lo conosco meglio di chiunque altro. Sarà aggressivo, offensivo, cercherà di umiliarmi. Ma … non ho più paura di lui."
Tornò a guardare Laura. "Ho passato anni a scappare da lui, da mia suocera, da tutto. Se mando te o chiunque altro al mio posto, sto solo continuando a scappare. Non voglio più farlo."
Laura studiò il suo viso per un lungo istante. Poi, lentamente, un sorriso le incurvò le labbra, non il sorriso seducente o ironico che Fabiola conosceva, ma qualcosa di più genuino, di più rispettoso, con un fondo di orgoglio.
"E va bene," disse. "Ma non ci andrai da sola."
"No, non andrò sola, e so chi mi aiuterà a punirlo come merita”.
---
La casa di Marco era esattamente come Fabiola la ricordava dalle foto recuperate da Laura, un piccolo appartamento all'Arcella di Padova, con le pareti che avevano bisogno di una mano di pittura e le finestre sempre chiuse. Il palazzo era vetusto, scrostato e decadente e la cassetta della posta traboccava di volantini pubblicitari.
Fabiola scese dall'auto nera che l'aveva portata lì. Due uomini scesero con lei, due figure imponenti in completi scuri, con quell'aria di pericolosa competenza che Laura sembrava abile a evocare con una sola telefonata. Non avevano detto una parola durante il viaggio, ma la loro presenza era sufficiente a far capire che non erano uomini con cui scherzare. Ma insieme a loro c'era anche Chantal, bellissima, aggressiva con i suoi stivali a metà coscia in vernice nera, una minigonna così aderente che a stento nascondeva il suo segreto tra le gambe, un corsetto in latex lucido a balconcino che strizzava il suo seno, certamente figlio della chirurgia, ma bellissimo e prorompente, il tutto discretamente coperto da uno spolverino bianco.
Fabiola si avvicinò alla porta d'ingresso, il cuore che batteva forte. Non per paura, o almeno non solo per paura. Era qualcosa di più complesso, una miscela di ansia e determinazione che le scorreva nelle vene insieme all’adrenalina.
Suonò il campanello.
Passi pesanti risuonarono all'interno, seguiti dal rumore di una serratura che scattava. La porta si aprì, e Marco apparve sulla soglia.
Era peggio di quanto Fabiola immaginasse. I capelli erano diradati e spettinati in un modo che suggeriva giorni senza un lavaggio decente. Il suo viso aveva il colorito grigiastro di chi passa troppo tempo al chiuso, e i suoi occhi, quegli occhi che da ragazzina l'avevano affascinata, erano iniettati di sangue, circondati da occhiaie profonde. Indossava una maglietta macchiata e pantaloni della tuta che sembravano non vedere una lavatrice da settimane.
Ma quando la vide, qualcosa cambiò nella sua espressione. La confusione iniziale lasciò il posto a uno shock immediato, seguito rapidamente da qualcosa di più oscuro, un misto di desiderio e risentimento che Fabiola riconobbe fin troppo bene.
"Fabiola." Il suo nome uscì dalle sue labbra come un sibilo. "Guarda, guarda... la mia mogliettina prodiga."
I suoi occhi la percorsero dalla testa ai piedi, soffermandosi sul tailleur elegante che lei aveva scelto con cura, sui tacchi alti, sulla borsa firmata. Fabiola vide la consapevolezza del suo aspetto curato accendere qualcosa in lui, una scintilla di invidia mescolata a disprezzo.
"Sei venuta a elemosinare?" Marco si appoggiò allo stipite della porta, incrociando le braccia sul petto. "Il tuo nuovo protettore ti ha già buttata via?"
Fabiola non rispose. Invece, estrasse dalla borsa i documenti che Laura aveva preparato e una busta spessa, bianca.
"Sono qui per il divorzio," disse, la voce calma e controllata. "Ho i documenti pronti. Devi solo firmarli."
Marco rise, un suono sgradevole, privo di allegria. "Il divorzio? Vuoi il divorzio?" Scosse la testa, facendo un passo verso di lei. "Dopo tutto quello che mi hai fatto passare, dopo che mi hai lasciato solo con nostro figlio, ora vuoi il divorzio?"
"Alessandro non è mai stato con te," ribatté Fabiola, mantenendo la voce ferma. "La scuola si è presa cura di lui. Tu e tua madre l'avete usato per controllarmi, per minacciarmi, per tenermi legata a una vita che mi stava uccidendo."
Marco fece un altro passo avanti, e il suo viso si contorse in una smorfia di rabbia. "Tu sei una puttana," sibilò. "Lo sei sempre stata, e lo sarai sempre. Puoi vestirti bene quanto vuoi, puoi profumarti e truccarti, ma resti sempre una puttana da quattro soldi."
Fece per afferrarla, le mani protese verso le sue spalle.
Fabiola reagì senza pensare. Anni di vita piena di soprusi, di sopravvivenza in ambienti ostili, avevano sviluppato in lei riflessi che non sapeva nemmeno di avere. Il suo ginocchio si sollevò rapidamente, colpendo Marco in mezzo alle gambe con una precisione devastante.
Lui si piegò in due con un gemito, le mani che lasciavano le sue spalle per premersi l'inguine. Cadde in ginocchio sul pavimento dell'ingresso, il viso contorto in una smorfia di dolore.
"Io non sono mai stata una puttana," disse Fabiola, guardandolo dall'alto. La sua voce era bassa, ma tagliente come una lama. "E se anche lo fossi stata, sarei comunque stata più donna di quanto tu sia mai stato uomo."
I due uomini di Laura fecero un passo avanti, ma Fabiola alzò una mano per fermarli. Non aveva bisogno del loro intervento, non ancora.
"Tu sei un fallito, Marco." Continuò, ogni parola un colpo preciso. "Lo sei sempre stato. E lo sarai sempre. L'unico momento in cui ti sei sentito qualcuno è stato quando mi hai avuta sotto controllo, quando potevi usarmi per sentirti superiore. Ma non hai mai capito che una donna che sta con te per obbligo non è davvero tua. Ti ho odiato ogni singolo giorno del nostro matrimonio."
Marco sollevò la testa, gli occhi lucidi di dolore e di rabbia. "Stronza..."
"Sì." Fabiola si accucciò davanti a lui, portando il viso al livello del suo. "Sono una stronza. E sono anche una donna che non ha più paura di te."
Gli mise i documenti davanti, insieme alla busta bianca.
"Qui ci sono cinquantamila euro," disse. "Tutti i miei risparmi, quelli che mi sono guadagnata mentre scappavo dalla vostra famiglia sciocca e malvagia, mentre te ne stavi sul divano a lamentarti della tua vita, o mentre pagavi per sentirti un uomo."
Vide gli occhi di Marco saettare verso la busta, e seppe di aver trovato il suo punto debole. Il denaro. Era sempre stato il denaro.
"I documenti dicono che mi prendo la custodia esclusiva di Alessandro," continuò. "Legalmente, tu non avrai più nessun diritto su di lui, e neppure su di me."
"Come osi..." Marco cercò di alzarsi, ma il dolore lo costrinse a rimanere in ginocchio.
"Posso rendere le cose molto più difficili per te." Fabiola indicò con un cenno del capo i due uomini dietro di lei. "Questi signori sono molto bravi a convincere le persone a fare quello che vogliono. E possono essere molto... persuasivi."
Non era una minaccia vuota, e Marco lo sapeva. Guardò i due uomini, poi tornò a fissare Fabiola. Vide qualcosa nei suoi occhi, una durezza che non c'era mai stata prima e, come sempre nella sua vita sciatta e mediocre, temeva chiunque si dimostrasse così forte e deciso.
Con le mani tremanti, prese la penna che lei gli porgeva. Firmò i documenti, uno dopo l'altro, la rabbia che ribolliva sotto la superficie ma anche la paura che prevaleva sul desiderio di ribellarsi.
Quando ebbe finito, Fabiola raccolse i fogli e li rimise nella borsa. Si alzò, guardando l'uomo che era stato suo marito, l'uomo che aveva contribuito a distruggerla, che l'aveva usata e umiliata, che aveva manipolato il figlio per annullare la sua dignità.
"Per quanto tu e tua madre abbiate tentato di distruggermi," disse, la voce ferma come non lo era mai stata, "non ci siete riusciti."
Si voltò senza degnarlo di un'altra parola. I tacchi aguzzi martellarono sul marmo freddo, ogni passo un'eco di liberazione crudele. Lasciò quel verme in ginocchio sulla sua stessa soglia, il denaro sudato stretto nel pugno come un'offesa mortificante. Poi, sul limitare, Fabiola si arrestò. Il volto le si animò di una luce glaciale, predatrice, mentre ruotava sui tacchi con eleganza letale. "Ah, quasi dimenticavo, caro," sibilò, la voce un veleno mielato, "una sorpresina d'addio. Chissà quanto l'hai desiderata nei tuoi sogni più sporchi." Chantal emerse dall'ombra come un'apparizione di carne e dominio, ogni centimetro di quella corporatura scolpita a promessa di violenza sacra. Marco impallidì, il riconoscerla gli fece dilatare le pupille mentre l'incredulità cedeva a un terrore viscido. Fabiola, con un ghigno divertito e consapevole, svanì con i suoi angeli senza voltarsi, mentre sentiva la voce di Chantal "Finalmente quel culo vanitoso è mio, piccola merda. Hai sempre pregato di essere preso come la troia che sei, vero?"
Chantal aprì lo spolverino bianco con un gesto lento, quasi cerimoniale, alzando la gonna per liberare quel cazzo già turgido che pendeva imponente tra le cosce. Con un tono secco, quasi metallico, ordinò a Marco di inginocchiarsi. L'uomo obbedì, le ginocchia tremanti contro il pavimento di piastrelle dozzinali, la lingua che avanzava con devozione feticista sugli stivali lucidi finché lei non gli afferrò i capelli con violenza, guidando quella bocca verso la propria eccitazione. Marco inghiottì con voracità umiliata, i polmoni che bruciavano. Lo spinse in profondità, fino a quando non sentì i conati e il viso divenne paonazzo "Questo era quello che provava tua moglie, ma tu sei un omuncolo, e scommetto che ti piace, piccola merdina." Marco, con ancora quell’enorme pezzo di carne turgida tra le labbra, annuì, mentre le lacrime scendevano dai sui occhi vitrei.
Poi Chantal lo spinse sul divano, lo voltò a pecora e con un calcio alle caviglie gli aprì le gambe, il preservativo già calato che brillava sotto la luce. Sputò su quel culo flaccido, un tempo depilato e ora peloso e dimesso. Tirò quattro manate che lo arrosarono e poi, senza delicatezza alcuna, sfondò quel culo con spinte feroci, il respiro che si faceva roco, godendo dei gemiti di dolore di Marco che, ben presto divennero di perverso piacere. Marco, completamente sottomesso, si masturbava con frenesia spasmodica. Chantal lo inculò senza pietà, il ritmo che accelerava freneticamente, le manate sul culo che risuonavano forti, la profondità dei suoi affondi era sempre più invadente e brutale, fino a esplodere nel preservativo con un grido rauco di trionfo. Uscì dal culo di Marco, osservandone con sadica soddisfazione la dilatazione, quel rossore vivo per quella verginità perduta per sempre, quelle macchie rosse sul preservativo che dimostravano la brutalità di quella punizione. Ma non era ancora abbastanza, voleva che l'umiliazione fosse totale, pretendeva che anche lui provasse il degrado che aveva riservato a Fabiola, la donna che aveva sposato e che avrebbe dovuto venerare invece di cercare di distruggerla. Girò attorno al divano, puntò il suo cazzo coperto dal preservativo pieno di sborra dentro, e ricoperto della merda e del sangue di Marco, e lo obbligò a pulirlo con la lingua. Marco esitò per un attimo, ma la sua pavidità lo portò ad eseguire l'ordine, come un bravo schiavetto. Quando fu soddisfatta, con calma glaciale, Chantal sfilò il lattice, lo aprì tra le dita e versò il liquido tiepido in bocca a Marco che ingoiò ogni goccia, mentre scaricava il suo piscio sul volto, nella bocca e sul suo corpo decadente, gustandosi il volto sottomesso e arrossito di vergogna eccitata di quell'omuncolo fallito.
Fabiola era davanti all'auto, gustando l'aria calda, pesante e profumata di un'estate ormai imminente. Uno degli uomini le aprì con garbo la portiera e lei salì, attendendo con serafica pazienza il ritorno di Chantal che, dopo meno di mezz'ora, tornò. Non servirono parole; bastò l'espressione glaciale di Chantal perché Fabiola comprendesse che quel lurido omuncolo aveva ricevuto una lezione sufficiente per tenerlo lontano da lei e da Alessandro per il resto della vita.
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